GROUND ZERO – NEW YORK – AMERICA

ground zero

N.161
“AMPLIFY LOVE, DISSIPATE HATE”

Il silenzio di Ground Zero è diverso da tutti gli altri silenzi. Il silenzio di Ground Zero è la somma di tutti i suoni del mondo.

Lo spazio innaturale tra i grattacieli mi pesa sulla schiena, sulle ossa, sui piedi e sulle suole delle scarpe mangiucchiate dall’asfalto.

Ho l’impulso vigliacco di scappare, infilarmi in un negozio di souvenir e perdermi tra le Statue della Libertà in miniatura, o nascondermi in una libreria e trovare rifugio nelle pagine della prima storia che mi capita a tiro. Ma le mie gambe non rispondono ai comandi e rimango ferma sul marciapiede, con gli occhi puntati su foto di sconosciuti, orsacchiotti e messaggi.

“Amplify love, dissipate hate” mi dicono tanti foglietti. E io penso che è davvero un bel consiglio da portarsi a casa.

“Amplify love, dissipate hate” mi sussurrano tutti quei volti. E anche se fallisco e non dissipo un bel niente, almeno ci devo provare.

“Amplify love, dissipate hate” ripeto a me stessa per tenermelo a mente. E a furia di sentirlo, magari lo ricordo. E a furia di insistere, magari una volta ci riesco.

 

CONEY ISLAND – NEW YORK – AMERICA

coney island

N.148
CONEY ISLAND non é soltanto FREAK

Sono andata a Coney Island in un gelido febbraio di tre anni fa, viaggiando su una Metro praticamente deserta con Rino e i nostri amici. Sul vagone c’era solo un altro uomo e lungo il tragitto, mentre lui ci guardava un po’ perplesso, noi stavamo col naso appiccicato al finestrino per avvistare qualcosa di diverso dalla neve. In quei giorni ne era caduta parecchia e fischiava anche un vento tagliente che per tutta la vacanza ha mantenuto la colorazione del mio naso sul vermiglio acceso. Sembravo Mastro Ciliegia e le foto, ahimè, lo provano. Da allora mi chiedo come mai a nessuno sia venuta l’idea di brevettare un “paranaso” per l’inverno. Ci sono i paraorecchie, le sciarpe, i guanti, le cuffie. Ma i “paranaso” no. O almeno io non li ho mai visti in giro.

Ma questa è un’altra storia…

Dopo 45 minuti di marcia, siamo scesi in questo posto spettrale che sembrava abbandonato. In effetti, nessuno di noi si era fatto tante domande riguardo alla stagione di apertura del Luna Park e, come avremmo dovuto immaginare, era tutto chiuso. Abbiamo poi scoperto che Coney Island, ogni anno, è in attività dal Memorial day (ultimo lunedì di maggio), al Labor day (primo lunedì di settembre).

Non c’era musica, non c’erano giostre in movimento, negozi di souvenir aperti, locali in attività, FreakShow, mangiafuoco, luci, feste, balli. C’era solo silenzio, i gabbiani e tanta, tanta neve.

Delusi e un po’ spaesati, abbiamo cominciato a costeggiare le recinzioni delle giostre, a sbirciare dentro per catturare più immagini possibili e a vagare come zombie in mezzo a queste casupole piene di insegne colorate.

Tra un passo e una foto, di colpo ci siamo sentiti come gli unici sopravvissuti a una catastrofe nucleare come nel libro “La Strada” di Cormac McCarthy. Quel luogo, fino a un secondo prima defunto, all’improvviso si è trasformato nella più vitale e rappresentativa testimonianza di una civiltà ormai estinta.

Forse per reazione a tutto quel carico di malinconia, o forse perché siamo solo un po’ matti, alla veneranda età media di 32 anni ci siamo messi a correre gridando, ridendo e cantando. Quando ci siamo trovati davanti il mare, però, le risa si sono spente nella gola e le gambe si sono fermate.

Al posto della spiaggia c’era un manto candido e gelato, al posto dei castelli di sabbia c’erano pupazzi di neve tutti storti.

Noi, coi nostri scarponi da montagna e i mille strati di maglie, maglioni, giacche e cappotti, interpretavamo i bagnanti in costume.

Ho respirato salsedine e aria di neve, ho cercato di sbrinare il mio naso rivolgendolo al sole debole e aranciato, mi sono sentita felice di aver visto una Coney Island inedita e ho realizzato che alla fine la mia aspettativa è stata di gran lunga superata.

Se non altro, ho un’ottima scusa per tornare.